Questa espressione mi è venuta dopo aver letto un articolo molto illuminante che metteva in relazione l’investimento nel lavoro, quando si è appassionati di ciò che si fa, e il rischio aumentato di burn-out o esaurimento professionale. E questo ha parlato molto anche a me! Essendo multipla e poliedrica, appassionata ed entusiasta, non sfuggo a questo rischio. Eppure, non si è mai manifestato.
Perché?
In questo articolo esploro la "sindrome di Icaro", come ho avuto voglia di chiamarla. Una metafora ispirante per comprendere il sovra-investimento professionale e l’esaurimento (*). In qualità di coach in sviluppo personale e terapeuta, accompagno le persone appassionate che rischiano di bruciarsi le ali…
Perché ne conosciamo tutti, di "Icaro" potenziali: ne abbiamo incrociati e a volte abbiamo assistito, impotenti e tristi, alla loro caduta.
Ciò che ci mette a rischio di burn-out (esaurimento professionale)
- La passione "combustiva"
Quando si è appassionati, generalmente si investe tutta la propria energia, la propria forza vitale, in ciò che ci sostiene e ci fa vibrare o ci anima. Ma allora si confondono slancio vitale e bisogno di performance. La fiamma che ci sostiene diventa una fiamma che chiede sempre più combustibile e che attinge pian piano alle nostre riserve, anche le più profonde. Il rischio è di abbandonare ogni lucidità perché il senso che troviamo nell’azione compensa il consumo della nostra energia personale.
È importante distinguere tra la ricerca di senso come motore sano, e la compulsione a “dimostrare” o a “superarsi” costantemente. Un discorso molto presente nella nostra società che sopravvaluta la "performance".
- L’illusione dell’invincibilità
Come Icaro, animati da un sentimento di euforia e onnipotenza, dimentichiamo che il corpo e la psiche hanno i loro limiti.
Pensiamo allora: “Resisterò”, “Me la cavo”, “È solo un periodo intenso” — fino a quando la realtà impone un arresto brusco. Soprattutto se non ascoltiamo i segnali premonitori che ci invia il nostro corpo! (Problemi di sonno, ansia, stress permanente, impressione di essere in ritardo su tutto o che tutto si mescoli nella nostra testa).
- La confusione tra identità e performance
Più si sale in alto, più il lavoro diventa uno specchio identitario. Non è più ciò che faccio, ma chi sono. Il lavoro non è più soltanto un lavoro ma l’immagine di sé che si rimanda al mondo.
In questa trappola, rallentare diventa minaccioso, perché equivale a “scendere” o “deludere”. Che si tratti di richieste interiorizzate e legate alla nostra infanzia o adolescenza, oppure di richieste legate per esempio al desiderio di rivalsa sociale.
- La negazione dei limiti, la paura di ridiscendere
Nel mito, Icaro non disobbedisce per arroganza, ma per ebbrezza e spensieratezza, per voglia di dimostrarsi qualcosa e di lasciarsi inebriare dalle sensazioni che ciò gli procura.
Allo stesso modo, nella vita professionale, l’esaurimento nasce spesso dalla negazione della fatica, non per stupidità, ma per amore: amore per il mestiere, per il team, per il progetto, per l’impatto, per l’adrenalina a volte o per il piacere di raccogliere sfide.
L’Analisi Transazionale ci propone 5 "driver", o piccole voci interiori che ci spingono ad agire in un certo modo: sii forte, sforzati, compiaci, sii perfetto e sbrigati.
Al di là degli elementi sopra citati e se pensate che questa sindrome di Icaro vi minacci, chiedetevi se almeno 1 o perfino 2 di queste "piccole voci" vi intimino di continuare, di andare sempre "più lontano", "più in alto", più forte", "più veloce"...
Come prevenirlo?
In qualità di coach in sviluppo personale e terapeuta, vedo almeno 4 modi per evitare il rischio di ricadere violentemente a terra come ha vissuto Icaro.
- Ascoltare il proprio corpo... prima che il corpo gridi
Il nostro corpo è una bussola. Ci indica dove siamo e quando qualcosa non va. Potete per esempio...
- Fare micro-pause di osservazione del respiro e prendersi il tempo di respirare pienamente,
Verificare la tensione nella nuca / torace e fare qualche movimento di yoga, di scioglimento o semplicemente muoversi,
- Annotare regolarmente il vostro livello di energia su 10... e adattare il vostro sforzo di conseguenza!
Praticare uno sport, un’attività artistica, camminare, respirare all’aria aperta... per calmare il vostro sistema nervoso
- Rinegoziare o riesaminare il proprio rapporto con il lavoro
Piuttosto che vedere il lavoro come una vetta da conquistare, considerarlo come un terreno di esplorazione.
Alcune domande per aiutarvi a prendere le distanze:
- Che cosa state cercando di dimostrare?
- A chi?
- Che cosa conta davvero nel vostro contributo?
- Fin dove potete arrivare... senza autodistruggervi?
Autorizzarsi ad altitudini variabili
Un volo sano non è mai lineare. A volte si sale, a volte si plana, a volte si ridiscende. E questo modo di gestire lo sforzo deve tenere conto di diversi criteri: in quale momento dell’anno, cosa succede nella vostra vita, a che punto siete nel vostro percorso professionale...
Alcune idee:
- Alternate i cicli di sforzo e i momenti di recupero,
- Praticate i momenti di “alta intensità” e le settimane di “bassa quota” (più tranquille), nell’arco di una settimana o persino di una giornata,
- Ponete limiti chiari (orari, notifiche disattivate, tempi di riposo,...)
Farsi accompagnare per riesplorare la fonte del fuoco (la propria motivazione)
La passione diventa distruttiva quando non è collegata a un senso profondo. E questo senso deve animarci in profondità, non portarci a bruciare tutte le cartucce!
Un professionista dell’accompagnamento vi permette di:
- Riconnettere la passione a qualcosa di radicato, di equilibrato,
- Ricostruire il senso nell’azione, misurando o mirando meglio lo sforzo,
- Imparare ad ascoltare i segnali deboli dell’esaurimento e a volersi bene.
- Non aspettate che l’esaurimento professionale vi cada addosso per parlarne con un coach o un terapeuta!
Alcuni segnali a cui restare vigili:
- Stanchezza persistente
- Disturbi del sonno
- Sovraccarico emotivo
- Perdita di piacere nel lavoro
- Tensione corporea
- Difficoltà a staccare
Parliamone !
E per saperne di più su questo argomento: https://www.inrs.fr/risques/epuisement-burnout/ce-qu-il-faut-retenir.html
(*) Dal nome di questo personaggio mitologico, figlio dell’architetto Dedalo, che volle volare e avvicinarsi al sole ma le cui ali si disgregarono quando la cera che teneva unite le piume si sciolse sotto il calore dei suoi raggi.